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LA SVOLTA DI TONINO
MICHELE FERRELLI
A dodici anni dalla nascita, l’Italia dei Valori ha finalmente celebrato il suo primo congresso. Venerdì oltre tremila delegati hanno raggiunto l’Hotel Marriot, lussuoso albergo nei pressi dello scalo aeroportuale romano di Fiumicino, letteralmente tappezzato sin dal giorno precedente di cartelli formato extralarge con impresso lo slogan “L'alternativa per una nuova Italia”. L’esito era scontato e il rinnovo del mandato per acclamazione all’ex pm molisano è avvenuto senza grandi incidenti di percorso, visto che la mozione alternativa di Barbato è stata ritirata in extremis. “Siamo pronti a un altro governo per il Paese. Abbiamo fatto resistenza, resistenza, resistenza, opportuna in presenza di un regime piduista, ma ora siamo pronti al governo” - ha ribadito Di Pietro nel corso del suo intervento conclusivo. Considerando finito “il tempo della sterile protesta”, il leader populista ha parlato la lingua delle alleanze, senza “alzare steccati", per poter pescare nell'area “laica, liberale, del non voto, di tutti coloro che vedono riconosciuti nella Costituzione i loro diritti”. Niente divisioni dunque, “altrimenti l'obiettivo del ricambio diventa più difficile”. Partner di ferro il Pd, ospite Bersani in prima fila, nell’auspicio che prima o poi “si possa arrivare ad una fusione”. Insomma, a quanto pare, il Tonino nazionale vuol tenere la barra dritta al centro e, dopo una campagna acquisti per le europee furbamente orientata ad attrarre i voti degli elettori di sinistra privi di riferimento (Zipponi, Vattimo e Tranfaglia sono i nomi più illustri), ora sposa la filosofia del “facciamo squadra moderata”. Ma il delfino De Magistris sembra marciare in tutt’altra direzione. Interprete dei malumori della base, aperto alle istanze dei movimenti e pungolato costantemente dall’intellighenzia della galassia intellettuale ex girotondina vicina alla rivista Micromega, ha tracciato a microfono aperto un’ipotesi di scenario leggermente diversa.“Io lo dico subito: approvo la mozione di Di Pietro”- ha esordito- “ perché credo che lui debba essere alla guida di un grande percorso politico”. Anche se tra noi, e qui la stilettata è evidente, “ci sono venti anni di differenza”. Ma niente accordi con Casini, con cui “al massimo si può fare un laboratorio dei cannoli” ma non certo un percorso comune di idee e pratiche. E poi, arrivando al sodo: “Dobbiamo essere un partito del lavoro e contro la xenofobia e il razzismo”, perché sarebbe un errore “mirare a un posizionamento centrista”. Obiettivo è volgere lo sguardo a sinistra per fare di Idv un “baricentro unitario” che dialoghi con i democratici ma funga da calamitatore per le altre forze comuniste, socialiste e ambientaliste, oltre che per il popolo viola e l’associazionismo. In questo modo, ha ammesso, “cresceremo tantissimo”, perché “c’è tanta gente che guarda a noi con speranza e non va delusa”. Rinnovare, rinnovare, rinnovare più che resistere, resistere, resistere. Dire no ai familismi interni e al dirigismo verticistico di un uomo solo, esigere più trasparenza, democrazia e rispetto del dissenso. Queste in sintesi le richieste della “fronda” interna, che ha mal digerito la standing ovation successivamente tributata a Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno, la cui candidatura alla poltrona di governatore in Campania ha creato non pochi malumori nella coalizione. Alla fine Di Pietro ha ceduto, imponendogli però le dimissioni in caso di condanna nel processo che lo vede coinvolto. Il rischio di capitolazione a Palazzo S. Lucia è troppo alto e non è il caso di andare troppo per il sottile. Per ora l’ex pm di Catanzaro si accoda al “collega” di Montenero di Bisaccia. In attesa che, nel 2013, faccia ritorno, come ha ventilato lui stesso, alla “sua cascina” e passi il testimone a qualcun altro, magari più giovane di lui. Di vent’anni.
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