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Responso impietoso
Michele FERRELLI
La vittoria schiacciante di Nichi Vendola alle primarie di domenica è un segnale inequivocabile. Il governatore uscente, pur ostacolato dai maggiorenti del Pd capitanati dal “baffo del Tavoliere”, ha sbancato al botteghino con percentuali bulgare. Un successone, non c’è dubbio, per ammissione stessa di quanti avevano provato a gettare autolesionisticamente un bel po’ di sabbia nell’ingranaggio ben oliato della “Primavera Pugliese”. I risultati ufficiali ci restituiscono l’immagine di un leader designato a furor di popolo, con quasi il 70% dei suffragi, contro un risicatissimo 30% circa di consensi attribuiti allo sfidante Francesco Boccia. Ora il “poeta del proletariato” dovrà incrociare le lame con Rocco Palese, uomo del Pdl vicinissimo all’ex presidente ed attuale titolare del dicastero Affari Regionali Raffaele Fitto, e con la “disturbatrice” Adriana Poli Bortone, del movimento “Io Sud”, sulla quale ha dirottato il suo appoggio elettorale il Pierfurby nazionale con il suo carrozzone scudocrociato formato bonsai. Non c’è dubbio che a vincere sia stata la partecipazione, il coinvolgimento, l’inclusione dei rappresentati in un disegno più ampio non circoscrivibile alla sola campagna di questi giorni e agli slogan a effetto partoriti dagli spin doctor opportunamente ingaggiati. Vendola ha convinto nella sua azione di governo, certamente a sinistra ma anche al centro. Una politica fatta a colpi di no decisi, contro ogni ipotesi di privatizzazione dell’acqua e di svolta nuclearista. Ma anche di sì: al rilancio delle energie rinnovabili, alla lotta all’inquinamento da diossina (Ilva docet), all’investimento formativo sui giovani, al cinema e alla cultura in generale. Non è casuale che nella giornata di domenica spiccassero tra le diverse capigliature rade, bianche e posticce anche molte teste nere, bionde e rosse. In coda ai seggi, certificati elettorali alla mano, per votare. Per mettere la crocetta sul nome Vendola. Con buona pace dei dilettanteschi tatticismi di scuderia democratica, in nome dei quali si voleva lasciare campo libero al risiko dei bonzi di segreteria che quanto più “toppano”, tanto più vengono incensati urbi et orbi per intelligenza e lungimiranza. "Adesso è il momento di restare uniti", "Evitiamo di dilaniarci in rese dei conti che avrebbero un effetto devastante alla vigilia delle consultazioni", “Siamo tutti con Nichi, i numeri parlano chiaro, ma le alleanze vanno allargate al centro”. Questi i refrain delle ultime ore in casa democratica, tra un Bersani che accusa il colpo silente, un Franceschini che attende il cadavere del nemico sul greto del fiume e una Rosy Bindi che, con la dignità che l’ha sempre contraddistinta, riconosce apertamente l’errore e recita un velato e tardivo mea culpa a nome del partito. Ancora una volta è il Pd a uscire sconfitto. A due anni e passa dalla sua fondazione, questa forzata e forzosa coabitazione tra neo-socialdemocratici, liberali e popolari di lungo corso si mostra ancora una volta in tutta la sua provvisorietà. Nonostante tre segretari, un congresso, primarie, Lingotti e Circhi Massimi, il progetto stenta a decollare. Alle europee ha perso per strada quattro milioni di voti, in uscita verso Di Pietro e Rifondazione. La vicenda Marrazzo prima e, mutatis mutandis, Delbono poi, ha assestato l’ennesimo duro colpo alla credibilità di una classe dirigente che stenta a rinnovarsi e ripropone, sotto la coltre di un nuovismo spurio e fasullo, le medesime dinamiche vecchio stile, senza peritarsi di imprimere una svolta che le permetta di fuoriuscire dal cul de sac in cui si trova. Dall’era del solipsismo veltroniano, delle autosufficienze e del “corriamo da soli se po’ ffa’”, si è passati a quella del movimentismo franceschiniano che ha immesso un po’ di sangue nuovo nelle anemiche vene del Nazareno. Non abbastanza per non precipitare nella new age della narcolessi, del capo-burattino mosso dai soliti noti fili. Che questa volta, però, appaiono decisamente sfibrati.
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