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EXIT STRATEGY
Michele FERRELLI
Ci siamo, è dunque scattata l’ora X. Francesco Rutelli, gran giravoltiero, ex-radicale, ex-verde, ex-Asinello, ex Margherita, è ora finalmente anche un ex Pd e si accinge ad indossare l’ennesima nuova casacca. La vittoria alle primarie di Pierluigi Bersani ha dunque favorito la sua fuoriuscita dal principale partito di opposizione, “pericolosamente” slittato verso sinistra. Destinazione: un nuovo soggetto, ancora tutto da costruire, in tandem con l’Udc di Casini e con una probabile “mezza gamba” laica, formata Liberali bonsai di Guzzanti e dalle pattuglie repubblicane di La Malfa. Direzione di marcia: rotta verso il Grande Centro, liberale, cattolico, riformista, che più timido e castigato non si può, e anche un tantino “verdognolo” visto che negli Usa la green economy va di moda e quindi non sia mai a non copiarli. Confidando sulla probabile benedizione di Montezemolo che, con la sua nuova fondazione “Italia Futura”, si sta spianando la strada in attesa che Berlusconi tiri le cuoia, politicamente parlando. E sullo scontato appoggio del Vaticano, orfano del compianto Scudocrociato che fungeva da cinghia di trasmissione tra la spiritualità del trascendente e la temporalità. A seguirlo, alcuni big delle amministrazioni locali come il sindaco lagunare Massimo Cacciari, il presidente della provincia autonoma di Trento Lorenzo Dellai e Riccardo Illy, governatore del Friuli nella passata consiliatura regionale; in coda per il biglietto d’ingresso anche altri esponenti di non elevato calibro politico che non val la pena di nominare per non sprecare inchiostro inutile. Freddi i teodem, scettici i popolari, contrari gli ecodem. Fanno dunque capolino sulla linea dell’orizzonte i primi sbuffi un po’ asfittici di questa Moby Dick liftata che sembra far tutto tranne che accendere gli animi. Una transumanza autunnale verso la moderazione a tutto campo che certamente non assumerà le proporzioni di un esodo biblico. Tant’è che la notizia dell’imminente abbandono da parte dell’ex primo cittadino dell’Urbe ha creato ben pochi maldipancia nell’entourage dalemiano. Un tentennamento superbo del capo, seguito da un accenno di vibrazione snob del baffetto d’ordinanza, ma nulla più. Non saranno certo loro a trattenere questo “Bello Guaglione”, come l’ebbe ad apostrofare Prodi qualche anno fa. Che vada dove vuole e faccia come crede. Se i suoi referenti sono il Kadima israeliano e il MoDem di Bayrou, è giusto che si ritagli un suo spazio, si sussurra a stretto giro nei circoli romani. Dai cui usci però si levano voci ufficiali di disapprovazione per l’irresponsabilità e l’intempestività di un gesto che andrebbe in controtendenza con l’esito di una consultazione popolare da molti letta come uno sprone all’unità, nel rispetto delle differenze. Insomma, il presidente del Copasir ha ormai un piede fuori dal Nazareno, ma il countdown è iniziato da mesi e il cotè bersaniano non è rimasto affatto sorpreso quando, neanche ventiquattr'ore dopo il conteggio delle schede, lo strappo si è consumato. Le prime dichiarazioni a caldo nel lunedì post-assalto ai gazebo suonavano come una sconfessione del nuovo corso, derubricato a tuffo nel passato. “È una scelta assurda”, “È incredibile che si costruisca radici socialiste con un quarto di secolo di ritardo”, “Nemmeno il Pci oscillava tra laicismo fondamentalista minoritario e giustizialismo caudillista”e via discorrendo. Con l’enunciazione di una formula magica che tutti ci salverà dal temibile bolscevico di Bettola: “Deve formarsi una forza nuova per favorire aggregazioni che nascano da questa crisi, un confronto tra delusi del centrodestra e riformisti del centrosinistra”. Largo dunque alla Costituente centrista, in tre fasi: primo gradino, creazione di un gruppo parlamentare a destra dei Democratici e a sinistra dell’Udc. Una camera di transito che preluda ad una ricomposizione in una casa comune di tutti coloro che non si riconoscono nel bipolarismo forzato e nella politica urlata di chi la spara più grossa. Poi unione con Casini e successivo ed eventuale dialogo con il Pd di novello staliniano conio, con l’auspicio di una sua progressiva “menscevizzazione” che lo faccia assurgere al rango di potenziale interlocutore e magari alleato. Sembra profilarsi una riedizione dell’ex-Ulivo formato Armata Brancaleone, in cui al posto di Mastella ci saranno Rutelli e Casini e Bertinotti sarà sostituito dal Vendola o dal Ferrero di turno. Nulla di più autolesionistico. Vada pure per l’alleanza Pd-Sl-Idv, magari anche con il coinvolgimento del triciclo Prc-Pdci-Socialismo 2000. Un'unione a sinistra, con un programma chiaro, sociale, legalitario di recupero del lavoro e della sua rappresentanza. Un’alternativa dignitosa contro il berlusconismo dilagante. Ma ci si tenga a debita distanza da quei personaggi di modesta caratura che dissimulano malamente il loro dilettantismo istituzionale ritagliandosi il ruolo “strizzapalle” di ago della bilancia. Affidare a loro la golden share della coalizione equivarrebbe ad un suicidio. E questo vale tanto a sinistra quanto a destra.
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