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Periodico plurisettimanale a carattere politico culturale
Aut. Tribunale di Roma Sezione Stampa e Informazione - n. 24/2004

     

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Fuorisacco del 09 Dicembre 2009

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LA SINISTRA SI FEDERA

MICHELE FERRELLI


“Oggi è una giornata due volte brutta per Berlusconi: per la manifestazione del 'No B Day' e perché adesso qui, stamattina la sinistra torna in campo”. Con questa frase pronunciata da Cesare Salvi si è aperta sabato, al teatro Brancaccio di Roma, la convention della Federazione della Sinistra, un’alleanza tra quel che resta di Rifondazione e quel che rimane del PdCI, con l’aggiunta delle associazioni “Socialismo 2000” e “Lavoro e Solidarietà”. Le realtà microbiche dell’antagonismo nostrano di matrice comunista e socialista, dopo la duplice sonora batosta delle politiche e delle europee, hanno deciso finalmente di unirsi per superare le percentuali da albumina a cui gli elettori stanchi e delusi le avevano condannate. Sfruttando i tentennamenti del Pd e provando a smascherare la non “sinistrorsità” o meglio la “sinistrosità strumentale e contingente” (ndr) dell’Italia dei Valori, partito-persona ritenuto troppo attento alla figura del premier e poco chiaro, stando alla timidezza delle ricette economiche e sociali messe in campo, sulle questioni del lavoro, giustizia sociale e ambiente. Paolo Ferrero ha buon gioco nell’appellarsi a quanti gli hanno voltato le spalle per “riprendere un cammino comune in uno spazio pubblico in cui possiamo e dobbiamo metterci tutti in gioco”. Perché, continua, “non ci consideriamo la sinistra estrema della socialdemocrazia ma vogliamo costituire un polo autonomo per riannodare relazioni e pratiche sociali che permettano di sconfiggere quel senso di smarrimento e di precarietà che poi portano a rifugiarsi nel populismo”. Temi centrali la lotta ai contratti atipici e alla legge 30, il no risoluto al nucleare, alla privatizzazione dell’acqua, alla guerra, con il distinguo di Diliberto che vorrebbe il patto tra sinistrati  “non un punto d’arrivo, ma una tappa di un percorso che possa arrivare al partito”. Un soggetto grande non di pura testimonianza, bensì in grado di analizzare e dare risposte concrete ad un capitalismo che muta, è proteiforme e richiede perciò “un profondo rinnovamento dei gruppi dirigenti” per lasciare spazio a energie giovanili, in grado di cogliere e sintonizzarsi meglio sulle contraddizioni del sistema.
Precipitare dal 12 al 3,5% è una vera e propria debacle e sulla causa c’è concordia tra i relatori: tendenza alla frammentazione e eccessiva “mediabilità” sui principi, oltre ad una generale freddezza rispetto ai conflitti sociali agiti sul territorio una volta varcate le soglie istituzionali. Unione, massa critica e opposizione sociale ai poteri forti sono i leitmotiv che dominano l’assemblea, a cui hanno presenziato numerosi giovani poi andati ad ingrossare, vessilli al vento e sound system pompati all’inverosimile, le file del corteo viola poi confluito in piazza S. Giovanni.
Il processo riaggregativo, aperto anche a sensibilità femministe, pacifiste e ambientaliste, ricorda molto quello del tedesco Linkspartei di Bisky e Lafontaine. Che ha superato, in occasione delle recenti elezioni per il cancelliere, quota 10%, guadagnandosi insieme ai Verdi il terzo piazzamento nazionale per numero di consensi. E con il quale “noi ci siamo subito messi in contatto per congratularci, mentre Di Pietro si è complimentato con i Liberali di Guido Westervelle, coloro che criticano da destra la Merkel perché troppo poco liberista”. Un’occhiata calamitante a Sinistra e Libertà di Vendola, lista che pressoché quotidianamente perde pezzi e registra diserzioni. Dopo l’uscita della maggioranza dei Verdi, il divorzio con i Socialisti di Nencini e il tentativo di abbordaggio fallito delle truppe “pannellate”, c’è da presupporre che il 3% delle europee sia un lontano ricordo progressivamente sfumante verso plausibili cifre da prefisso telefonico. E con la probabile mancata ricandidatura alla poltrona di governatore della Puglia del suo leader, per l’interferenza da realpolitik del maggiorente baffuto di Gallipoli, il rompete le righe potrebbe avvenire a breve. Gli scenari sono tutti aperti, tanto più  che l’era del Caimano sembra decisamente avviarsi al tramonto. Il bipolarismo forzato e forzoso potrebbe implodere con l’uscita di scena del Cavaliere e dare l’avvio al rassemblement centrista che da tempo si vagheggia. Il tiduo sacro Rutelli–Montezemolo-Casini potrebbe allargarsi e già le avances dell’ex sindaco capitolino a Gianfranco Fini stanno a testimoniare che c’è grande voglia di barra al centro. A Confindustria non dispiacerebbe affatto avere come interlocutore una destra liberale presentabile. Oltretevere si sentirebbero rassicurati da potenziali scantonamenti “bolscevichi” di marca piddina, così come da comportamenti troppo disinvolti nella sfera pubblica e privata. Quanto alla sinistra radicale, rischierebbe di essere relegata fuori dalle stanze del potere. Forse ritroverebbe l’originaria purezza antisistemica, ma verrebbe ridotta all’impotenza, con somma goia di molti. L’eredità della destra poi verrebbe certamente raccolta dalla Lega, ormai esperta nello sdoganamento dei tabù più retrivi. Chi c’è rimasto?

 

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