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GENERAZIONE ELETTRONICA
MICHELE FERRELLI
L’acquisto del giornale in edicola è ormai un rito arcaico in rapido declino, interessando una platea via via sempre più esigua e biancocrinita. La consultazione gratuita delle news on line fa perdere copie e mette a rischio la sopravvivenza di molte realtà editoriali, messe all’angolo dalla parallela nascita e diffusione dei free press metropolitani. La “Youtubemania” poi dilaga senza freni tra grandi e piccini. Così come le reti virtuali di amicizia, che sono d’uso comune per giovani e meno giovani. Il cellulare è percepito come un’esigenza irrinunciabile, compagno fedele di routine quotidiana e marchingegno scaccia-solitudine. Insomma, il ritratto che ci restituisce l’ottavo rapporto del Censis/Ucsi sui mezzi di comunicazione nel Belpaese presenta ombre e luci. E delinea un profondo cambiamento nella dieta mass mediatica degli italiani. Il documento focalizza la sua attenzione su tre grandi questioni di rilievo: il rinnovamento della tv, salda nella sua posizione di medium principe ma in progressivo allontanamento dalla sua immagine tradizionale. Il press divide, cioè, l’avanzata inesorabile dei pixel sulla cellulosa e il conseguente calo di vendite delle testate cartacee. E ancora, l’incremento esponenziale degli utilizzatori di social network, ormai una realtà in rapida ascesa. Tra i più popolari, stando alle risultanze, svetta Facebook, conosciuto dal 61,6% della popolazione e dal 90% dei giovani (fascia 14-29 anni). Lusinghiero anche il piazzamento di Youtube, nelle grazie del 28,3% degli italiani, percentuale che sale quasi al 70% tra gli “under 30”. Evitando di scendere in particolari ed affastellare cifre che renderebbero la lettura oltremodo sfiancante, vorrei soffermarmi su un aspetto che è stato sottolineato dall’indagine e che già da tempo è oggetto di dibattiti, convegni, tavole rotonde. E procedure di licenziamento. Apro il capitolo carta stampata, ed inevitabilmente però qualche numero lo cito, tanto per rendere l’idea delle proporzioni del fenomeno di pesante ridimensionamento che sta attraversando il settore. Negli ultimi due anni solo il 30% degli italiani ha acquistato un quotidiano almeno tre volte alla settimana, passando dal 51,1% del 2007 al 34,5% del 2009. La lettura a pagamento dell’utenza complessiva, cioè di chi ha un contatto almeno settimanale con l’oggetto in questione, è precipitata dal 67% al 54,8%. Stabili i gratuiti in distribuzione (dal 34,7% al 35,7%), in calo i settimanali (14,2%) e i mensili (-8,1%). Sono i giovani e anche il ceto istruito e riflessivo a far registrare una flessione nell’abitudine alla lettura. Attenzione però: il dato non deve essere interpretato negativamente. Più semplicemente ci si informa in altro modo: sui siti, sui blog, sulle versioni elettroniche degli stessi organi più autorevoli. O direttamente sui portali delle agenzie di stampa. Le notizie vengono selezionate e commentate. Si partecipa a forum di discussione, si organizzano manifestazioni di piazza, si fa massa critica. E ci si impegna anche in progetti di giornalismo civico dal basso che, seppur non esenti da distorsioni, rappresentano un chiaro indice di vitalità intellettuale. Insomma, è aumentata notevolmente l’accessibilità, la rapidità di reperimento delle notizie e la voglia di farsi coinvolgere. Sulla qualità dei contenuti ci sarebbe molto da discutere, ma è un rischio che inevitabilmente dobbiamo correre. Questa democratica presa di parola può trascinare con sé lo spontaneismo velleitario e il protagonismo delle tante mezze calzette che popolano il web in cerca di compensazioni per una vita grama e avara di soddisfazioni. Pullulano e proliferano in modo incontrollato nella rete informazioni manipolate ad arte, analisi bizzarre e fuorvianti, invocazioni psicotiche a veterorazzismi biologici. Ma anche lucide valutazioni e interessanti iniziative per lasciare un segno indelebile nella vita del nostro scalcagnato e malsuolato Stivale. Con buona pace di chi, non manifestando intenzione alcuna di schiodarsi dall’ onorevole scranno su cui sta comodamente acculato da anni, non si rassegna a mollare l’osso. Fedele al motto biblico “sacerdos in aeternum”. Che dovrebbe valere solo per le vite consacrate.
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